Pare quasi di vederlo, l’avvocato Nadir Plasenzotti, davanti a pile di carte e schermate di computer: a studiare, a capire, a immaginare. A pensare la strada giusta per rendere possibile qualcosa che nessuno aveva ancora mai fatto. Perché il progetto Pordenone 2020, il primo progetto di equity crowdfunding legato a una società sportiva mai fatto in Italia, è anche (anzi, no: soprattutto) questo: un’idea che ha avuto la fortuna di trovare persone che hanno creduto in lei. Nadir Plasenzotti è una di queste persone.

“Ho ancora impresso in mente il momento in cui, per la prima volta, ho pensato a questo progetto: ero in auto e mi è arrivata una telefonata dal dott. Alberto Rigotto. Ho risposto subito, avevo il vivavoce, e lui per primo me ne ha parlato”.

E cosa le ha detto?
Che aveva parlato con il presidente del Pordenone, Mauro Lovisa: il quale gli aveva buttato lì un’idea a suo avviso fortissima.

Quale?
Replicare a Pordenone il “modello Barcellona”. Semplice, no?

Detta così…no.
No certo, ma Alberto è estremamente intuitivo e con lui funziona così: l’approccio non è mai “vediamo se si può fare”, ma “vediamo come si può fare”. Quindi la telefonata si è conclusa proprio così. Io l’ho salutato con un “Ok, ci penso” e in quel momento è iniziata questa avventura.

Ha subito pensato all’equity crowdfunding?
Non subito: in quel periodo, per la mia attività, mi stavo interessando al mondo degli strumenti finanziari per le piccole e medie imprese, e inizialmente mi ero orientato sullo strumento dei minibond, sul modello di quanto fatto dal Frosinone. Facendo ricerche in questo senso, mi sono imbattuto nell’equity crowdfunding: un modello che sembrava tagliato alla perfezione per portare qui il modello Barcellona.

La strada era tracciata, insomma.
Una sera in cui ero un po’ più tranquillo, ho messo a letto i bambini e ho scritto una mail ad Alberto Rigotto: una mail in cui gli riportavo le caratteristiche dell’equity crowdfunfding e il motivo per cui, secondo me, sarebbe stato perfetto per noi. Evidentemente anche lui era tranquillo davanti al computer, perché non ho nemmeno fatto in tempo a inviargliela che subito lui mi ha risposto.

E cosa le ha risposto?
Solo questo: facciamo una figata!

Insomma, è iniziato tutto così…
Non è stato immediato, ecco: quella sera, come si suol dire, abbiamo “messo i ferri in acqua”. In quel momento abbiamo capito che quella era la strada, da quel momento è iniziato il lavoro vero e proprio. Perché abbiamo dovuto capire a quale compagni di viaggio affidarci per arrivare dove volevamo arrivare. Inizialmente, sarò sincero, avremmo preferito restare sul territorio e affidarci a realtà locali: ma non abbiamo ricevuto le risposte che volevamo.

Ovvero?
C’era interesse, sì: ma l’interesse si scontrava ogni volta con l’operatività, con la pratica. Perché tutti erano in grado di gestire i grandi numeri, ma nessuno sapeva come porsi nella gestione della folla, del “crowd”. Che rappresentava e rappresenta la base del nostro progetto.

C’è stato un momento in cui ha pensato: “No, non ce la faccio”?
C’è stato un momento in cui ho capito che avremmo dovuto cambiare strada: non ho mai pensato di non farcela, perché sapevo di avere in mano una carta importante da giocare. Quella dei portali di equity crowdfunfing.

Ed ecco entrare in scena The Best Equity…
Eh, un momento. La strada è stata un po’ più lunga, perché non conoscevo personalmente nessuno dei gestori: quindi ho preso il registro della Consob e, fisicamente, ho chiamato tutti i portali autorizzati. Uno per uno.

Perché avete scelto The Best Equity?
Io credo che, a maggior ragione in questa epoca, a fare la differenza siano le persone: i rapporti umani, le prime impressioni, la fiducia che si percepisce a pelle, le sensazioni. Ecco, perché. Altrove ho trovato freddezza, rapporti tenuti via mail, telefonate informali, distacco. Con The Best Equity, l’esatto opposto.

Ovvero?
Ho trovato persone entusiaste, che hanno sposato e fatto proprio un progetto che era nostro e che è diventato anche loro. Ho trovato chi non si è limitato a un paio di telefonate ma ha voluto prendere la macchina e farsi mille chilometri (cinquecento ad andare e cinquecento a tornare) per venire a Udine e conoscerci di persona. Ho trovato chi ha raccontato delle propria realtà con un entusiasmo talmente sincero e genuino che mi ha contagiato. Ho trovato chi, come noi, ha creduto e crede nella forza della comunicazione. Ho trovato chi non ha considerato chiuso l’accordo finché non si è brindato tutti insieme con un giro di Spritz. Devo andare avanti?

No, che poi ci emozioniamo.
Dico solo che trovare l’accordo e firmare il contratto è stato una conseguenza naturale, un atto quasi formale. Ora si lavora insieme, ed è il massimo.

La sfida è lanciata: la vinceremo?
Non mi nascondo: la strada che abbiamo davanti è tutta in salita. Ma è lì, in salita, che si fa la differenza e si dà spettacolo: il Giro d’Italia si infiamma sulle salite, non nelle tappe in pianura. Le imprese memorabili si fanno sulle montagne. Quindi, nessuna paura.

Anche se appare difficile?
Proprio quest’anno si festeggia il cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla Luna: anche quel sogno sembrava impossibile, e invece è stato realizzato. E il paragone può sembrare azzardato, ma in realtà non lo è: perché le grandi conquiste sono fatte da uomini che hanno avuto il coraggio di provare a fare cose che nessuno aveva mai pensato di poter fare. Abbiamo imboccato questa strada, è la strada giusta per consentire alle società sportive di risolvere il problema del reperimento di nuove risorse: siamo stati i primi, e dopo di noi lo faranno in tanti. Ma noi siamo stati i primi.

Come bisogna giocare questa partita, secondo lei?
Con lo spirito della squadra vincente, quella che scende in campo per vincere: sempre, anche quando sulla carta è più debole, anche quando ci si potrebbe accontentare di un pareggio. Il bello dello sport è questo: non sai mai se alla fine vincerai, ma giochi comunque per farlo. Questo sarà il nostro atteggiamento.

Perché bisognerebbe credere in questo progetto, e metterci dei soldi?
Perché chi sposa questo progetto entra a fare parte di una famiglia, di una sfida, di una storia. Perché se alla fine di questo campionato, come tutti ci auguriamo, il Pordenone andrà in serie B, chi ha partecipato alla campagna avrà tutto il diritto di sentirsi protagonista: esattamente come il giocatore che ha segnato il gol decisivo, o come l’allenatore che ha azzeccato il cambio. Perché questo è un progetto fatto per chi ama il Pordenone ma anche per chi ama Pordenone: fino a vent’anni fa quando si andava in giro per il mondo nessuno sapeva dove fosse Udine, oggi tutti lo sanno grazie al calcio. E tra qualche anno sarà bello vedere che con Pordenone sarà accaduta la stessa cosa.

E che cos’è il calcio per Nadir Plasenzotti?
E’ un bambino affascinato, seduto sulle spalle del papà, che per la prima volta lo aveva portato allo stadio Friuli: era la stagione 1983/’84 e nell’Udinese giocava un certo Zico. Impossibile non innamorarsi di questo mondo, con un battesimo così. Perché il calcio è anche e soprattutto questo: è socialità, è una passione che si trasmette di padre in figlio. Io sto facendo lo stesso con i miei bambini: purtroppo oggi non c’è Zico all’Udinese ma Ronaldo alla Juventus, dovrò stare attentissimo per evitare che si innamorino del bianconero sbagliato…

 

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